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07/11/08 IL PREZZO DELLA CRISI - FABRIANO SCIOPERO GENERALE

csamezzacanaja | 07 Novembre, 2008 16:16

7/11/’08 -  Fabriano Sciopero Generale

Il Mezza Canaja in corteo con i lavoratori della Merloni

  IL PREZZO DELLA CRISI

   

“ La prima condizione per vincere la sfida della crescita è la modernizzazione delle relazioni sindacali e delle regole del mercato del lavoro, che sono il freno all’incremento della produttività, impediscono le assunzioni, irrigidiscono gli impieghi di capitale. Bisogna aumentare la flessibilità, il decentramento della contrattazione, il tasso di occupazione, soprattutto per ciò che riguarda i giovani, le  donne e gli anziani. Non è più possibile rimandare tali riforme.”

Queste sono le parole del presidente Mercegaglia, è la linea politica di Confindustria e del governo Berlusconi. E’ la loro  ricetta per fronteggiare il periodo di crisi che sta vivendo il sistema produttivo italiano. Una crisi che vogliono superare scaricando il maggior peso sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori.

Un esempio lampante è la vicenda dell’Antonio Merloni che più in generale mostra le difficoltà vissute da tutto il sistema produttivo marchigiano. Sembra un film già visto: le prime avvisaglie di calo si hanno con l’utilizzo della cassa integrazione per diversi dipendenti fino ad arrivare agli inizi di quest’anno in cui la situazione è esplosa a causa  di un notevole dissesto finanziario. L’azienda comincia a vendere rami produttivi non strategici per far cassa e i sindacati lanciano moniti sempre più preoccupanti sulla gravità della situazione che rischia di mettere a repentaglio l’esistenza stessa di questa. Con l’aggravarsi della situazione arriva l’annuncio che entro fine anno verrà chiuso uno stabilimento e sarà accorpato ad un altro di Fabriano per “esigenza di razionalizzazione della produzione e per il contenimento dei costi. L’azienda cercherà di limitare al massimo l’incidenza sul personale.” Si legge in una nota. Intanto si ricorre sempre più ampiamente  all’utilizzo della cassa integrazione; il piano anticrisi dell’azienda mette in bilico 600 posti di lavoro. Sollecitati dai lavoratori e dai sindacati, si mobilitano le provincie e le regioni fino ad arrivare ad un tavolo con il ministero.

Il 9 settembre si tiene il primo vertice al ministero al quale l’azienda avrebbe dovuto presenatre un piano industriale : non lo fa e lo rimanda alla fine di settembre. In quella scadenza  l’azienda annuncia un nuovo rinvio - fine ottobre - diramando un comunicato che nulla spiega, anzi fa trasparire la colpevole mancanza di decisione da parte del consiglio di amministrazione. La dirigenza prende tempo e intanto la situazione si aggrava. Cominciano a chiudere i stabilimenti, solo qualche linea produttiva resta attiva, moltissimi operai in cassa integrazione con pesanti ripercussioni sui salari e una spaventosa incertezza sul futuro. Il ministro Scajola attiva la legge Marsano per la Merloni, nomina tre commissari e dichiara pomposo e poco credibile che dalla prossima settimana ricominceranno ad aprire le fabbriche del gruppo. Così interviene lo Stato per tentare il  salvataggio  dell’azienda. Ancora una volta è lo Stato a dover mettere in salvo un’industria privata in difficoltà, sia per congiunture sfavorevoli, sia per scelte sbagliate prese dalla dirigenza.

Se la Merloni chiude a pagarne il prezzo più alto non saranno i padroni e gli amministratori, colpevoli di politiche commerciali sbagliate e di aver lasciato allo sbaraglio l’azienda; saranno proprio i più deboli su cui cadrà la stangata; lavoratori diretti, indiretti e  le comunità coinvolte. Proprio come in ogni crisi di qualsiasi livello ed entità che sia gravissima, per la quale si rischi la chiusura degli stabilimenti produttivi o che sia temporanea, a pagarne il prezzo più alto saranno i lavoratori, gli stessi a cui vengono chiesti maggiori sacrifici e concessioni.

Dietro alle parole sopracitate del Presidente Mercegaglia e nella ricetta portata avanti da Confindustria e governo per superare le difficoltà e vincere la sfida della crescita, c’è un attacco neanche troppo celato, ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Facendosi scudo di una situazione di difficoltà economica globale, date da un modello di capitalismo finanziario di tipo speculativo  fatto dai profitti stellari di pochi  di fronte allo sfruttamento dei poveri, si attaccano salari e diritti di chi lavora.

Le crisi vanno guardate con gli occhi delle lavoratrici e dei lavoratori.

In crisi non sono i profitti.

In crisi è la condizione operaia.

Salari sempre più inadeguati rispetto alla crescita del costo della vita; quello medio italiano, secondo un recente studio Osce, è il 19,5% in meno rispetto alla media dei 30 paesi più industrializzati. Dietro questa media si nasconde anche il dramma dei precari e il permanere di uno scandaloso differenziale  nei salari delle donne a pari mansioni. Inoltre nel 2007 i primi cinque top manager italiani hanno ricevuto compensi per circa 102 milioni di euro, il salario lordo di cinquemila operai, senza alcun vincolo né di risultato d’ impresa né di efficienza della produttività del proprio lavoro.

A questa situazione Governo e Confindustria rispondono con la detassazione degli straordinari e chiedono di legare salari a produttività, ignorando che il tasso di questa è altissimo e che in Italia il numero di ore lavorato è tra i più alti dell’area Osce, mentre l’occupazione è in calo. Pretendono inoltre un forte alleggerimento economico e normativo del contratto nazionale e di cambiare le regole dell’impiego del lavoro che sono troppo rigide che a loro dire potrebbero scoraggiare gli investimenti.

Riformare la contrattazione e depotenziare i contratti nazionali in favore di quelli aziendali o territoriali, comporterebbe la creazione di gabbie salariali ossia differenti condizioni di lavoro e salario a seconda del territorio e del potere contrattuale di ogni singola RSU; in questo modo nelle piccole e medie imprese, all’interno delle quali il potere contrattuale delle rappresentanze sindacali è poco o niente, non potrebbe da solo respingere i dictat padronali.

In nome della modernità, dei tempi che cambiano ma soprattutto delle crisi stanno cercando  di smantellare i diritti acquisiti con dure lotte, gli stessi che oggi più che mai servono al lavoratore ed ai quali andrebbero accostati nuovi sistemi di tutela dei salari, della sicurezza e dei diritti e  della dignità.

  Comunità Resistenti delle Marche 

Approfondimenti:

Gli studenti riscoprono Mirafiori: "Non si vedevano da trent'anni" di CURZIO MALTESE (da Repubblica)

http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-6/studenti-mirafiori/studenti-mirafiori.html?ref=search

Merloni: Addio alla Fabriano felix della lavatrice (da La Stampa)

http://217.222.86.37/fparticolipdf/226500.pdf

 

   

     

     

      

  

 

 

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